Come articolo inaugurale del post-estivo, oggi ti parleremo della shrinkflation, un fenomeno nato pochi anni fa, che oggi è diventato una delle strategie di inganno legale nel campo del marketing più diffuse al mondo.
Esploriamolo insieme.
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Conosci la shrinkflation?
Il termine è nato durante il periodo della Brexit.
Dovendo affrontare un pesante deprezzamento della sterlina, alcune attività britanniche si sono trovate nella situazione di dover riequilibrare il dislivello tra la vendita e la produzione di alcuni prodotti, facendo in modo che il consumatore ne rimanesse all’oscuro.
Una delle prime aziende a trovare la soluzione è stata la catena di supermarket Tesco, che nei primi mesi del 2020 ha iniziato a ridurre il contenuto dei prodotti esposti sugli scaffali, in modo da ammortizzare i costi di produzione. 5 o 6 patatine in meno per ogni scatola e qualche biscotto mancante dalla quantità precedente, tra le altre strategie.
Il sistema ha cominciato a funzionare, talmente bene che nel giro di pochi mesi questo metodo è stato adottato in svariati paesi del mondo, tra cui l’Italia (ma di questo parleremo dopo).
Un fenomeno analogo a quello britannico, che ha necessitato l’intervento di una strategia dello stesso stampo britannico, è accaduto poco tempo fa in USA. La vittima in questione è stata la pasta.
La guerra in Ucraina ha causato una riduzione critica dei rifornimenti di grano in America, il che ha causato a sua volta un aumento smisurato dei costi di produzione a fronte di una domanda che è rimasta invariata.
Non potendo aumentare il prezzo di un bene di prima necessità, i supermarket dello Zio Sam hanno deciso di attuare una strategia di Shrinkflation, diminuendo la quantità di pasta per ogni pacco.
Il termine Shrinkflaction deriva quindi dall’unione tra il verbo Shrink (ovvero stringere, ridurre) e inflaction.
Esempi famosi di Shrinkflation
Uno degli esempi più famosi inerenti a questo fenomeno riguarda il celebre brand dolciario Toblerone.
A causa di un aumento del prezzo del cacao, l’azienda ha deciso di ridurre leggermente il numero piramidi dalla sua barretta, diminuendo così i costi di produzione del 10%.
Una situazione simile è accaduta al brand inglese Dairy Milk, che è passato dalla vendita del prodotto da 200g a 180g, mantenendo lo stesso costo di vendita.
La domanda che potresti porti a questo punto è: queste strategie sono legali?
Shrinkflation e legalità
Sebbene, in linea teorica, queste strategie sarebbero illegali, esistono comunque alcuni “escamotage” che un brand può adottare per arrivare allo stesso fine, senza però mostrare al consumatore l’inganno.
Una delle prime strategie adottate è l’offerta multipack, in cui prodotti di dimensione minore vengono venduti ad insiemi, il tutto spesso accompagnato da uno sconto.
In questo modo, anche il consumatore più attento non riesce a distinguere lo svantaggio del comprare il prodotto ridotto o quello tradizionale.
Una seconda via percorribile è il “camuffamento”.
Spesso, la promozione di un nuovo prodotto viene accompagnata con un packaging dedicato, in cui la quantità del contenuto risulta ridotta rispetto ad altre alternative della stessa gamma.
Perché questo accade? Il motivo è la novità.
Chi è disposto a provare qualcosa di nuovo, è anche disposto a pagare di più per una quantità minore del prodotto offerto, proprio perché il nuovo ha il diritto di costare.
La Shrinkflation all’italiana
In Italia accade, di tanto in tanto, che un brand decida di adottare strategie di marketing atte a ridurre i costi di produzione, a scapito del consumatore.
Gli appassionati di Barilla si ricorderanno certamente della nuova gamma del brand italiano, la “Pasta al bronzo”, che ha accompagnato il restyling del logo stesso.
Anche in questo caso, la novità ha il diritto di costare, e pesare meno.
Laddove i fusilli normali del marchio (500g) costino attorno ai 0,99 euro, i fusilli al bronzo costano 1,35 euro, per un totale di 400 grammi. Un piatto in meno di pasta, per un aumento del 30% sul costo iniziale.
Colpevoli di questo raggiro di marketing sono anche le Gocciole Pavesi, i cui prodotti special hanno un contenuto di circa 300g, per un costo di 9 euro al kg.
Parliamo del 116% in più rispetto al prodotto della gamma base.
